|
Ogni anno, all’avvicinarsi dell’estate, quando già il caldo cominciava ad opprimerti e le zanzare a tormentarti, sentivi arrivare l’ora della Pavia-Pisa ed un nodo ti stringeva la gola al pensiero del prossimo evento. Non che la gara fosse difficile o che disperassi di poterla vincere…è perderla che costituiva un dramma. Andare in Ateneo e vedere il Magnifico che cede ai Pisani l’ambito trofeo, sottostare alle canzonacce di scherno, tentare di replicare con il nodo alla gola, assaporare ogni boccone come un veleno. Io l’ho vissuta questa tragedia. Il primo anno andammo a correre a Pisa e sull’Arno perdemmo di qualche decimo. Credevamo di aver fatto una bella gara e pensavamo di meritare, se non il plauso, almeno il rispetto. Ed invece che tormento. Senza alcuna pietà gli azzurri pisani infierirono sui bianchi pavesi (all’inizio vestivamo una maglietta bianca a bordo blu) non concedendoci nemmeno l’onore delle armi. E allora, solo allora, capii cosa significasse vincere o perdere la Pavia-Pisa. E’ il dopo-gara che diviene insopportabile; è la cena di gala che diviene un indigeribile boccone, è il ritorno a casa che è un calvario. Meditate cari atleti pavesi e non concedete nulla. Perdere è brutto ma perdere contro i Pisani è anche peggio. |